Conferenza nazionale su agricoltura e pesca

Dipartimento delle Politiche Agricole del Partito Democratico
Reggio Emilia 4 settembre 2026
Non crediamo sia necessario in questa sede richiamare e tantomeno spiegare l’importanza della organizzazione cooperativa nelle diverse filiere agricole e della pesca, dove l’aggregazione dei produttori rimane un fattore essenziale di crescita, sostenibilità e competitività. La cooperazione è da molti decenni un fattore ormai strutturale del sistema produttivo italiano in generale, ed ancora di più nel settore primario, dove sostenere la cooperazione significa sostenere lo sviluppo dell’agricoltura e della pesca, e non sostenerla vuol dire il contrario.
Per questo, ancor prima di entrare nel merito delle questioni specifiche del settore, riteniamo importante richiamare l’attenzione sul preoccupante andamento che si registra ormai da anni in tema di natalità cooperativa, che mostra evidenti segnali di crisi ed un trend negativo, un fenomeno su cui oltre alle Associazioni dovrebbero interrogarsi le istituzioni e la politica.
Diversi sono certamente i motivi di questo andamento, ma tra questi rientra sicuramente l’evoluzione dell’ordinamento negli ultimi venti anni, non coerente con l’articolo 45 della Costituzione in cui è sancito l’impegno della Repubblica a: “promuovere e favorire l’incremento della cooperazione con i mezzi più adeguati”, e non a concentrarsi, come è invece avvenuto, sull’affinamento dei controlli e su forme di disincentivazione, favorendo nel contempo modelli di impresa quasi concorrenti come le srl semplificate, le società benefit in forma di società di capitali, o le centrali consortili quali enti mutualistici di sistema (queste ultime di cui alla legge sulle PMI varata quest’anno).
Ciò risulta anche dalla sentenza 116/2025 della Corte costituzionale che critica fortemente la politica legislativa dell’ultimo ventennio sulla materia.
È sempre più necessaria per la cooperazione (a parole da tutti apprezzata e sostenuta) una inversione di tendenza ed un segnale concreto, che potrebbe essere ad esempio quello di recuperare l’esenzione fiscale su tutti gli utili destinati obbligatoriamente dalle cooperative a riserva legale indivisibile (come erano originariamente ai sensi dell’art.12 L.904/1977) essendo cadute in sede europea le motivazioni che avevano portato preventivamente il legislatore ad intaccare il regime di esenzione, con tassazione in percentuale variabile a seconda del tipo di cooperativa.
Altre recenti misure, che non hanno l’obiettivo di generare utili ma di distribuire risorse ai soci conferenti, non aiutano le cooperative ma anzi le danneggiano, come nel caso del “super ammortamento” che dal 2026 sostituisce i precedenti crediti d’imposta di transizione 4.0 (passando da un recupero tramite compensazione F24 a una maggiorazione del costo fiscalmente deducibile), quando servirebbero provvedimenti fiscali che aiutino le cooperative ad innovare ed investire.
Aiutarle anche a svolgere un ruolo trainante nello sviluppo della economia circolare per aggregare le piccole e medie imprese ed inserirle in processi virtuosi in grado di riconoscere un adeguato valore ai prodotti alimentari ma anche agli scarti e sottoprodotti per la produzione di energia.
Entrando così nello specifico del settore agricolo, ma senza entrare nelle problematiche delle singole filiere, è evidente il generale stato di disagio determinato da un lato dagli alti costi di produzione, in primis dei fertilizzanti e dell’energia, dall’altro dalla scarsa remunerazione dei produttori a vantaggio degli anelli successivi delle filiere e dalle mai sconfitte pratiche sleali.
Senza una politica in grado di intervenire sulla redistribuzione della catena del valore all’interno delle filiere, il pur evidente vantaggio competitivo dell’agroalimentare italiano - che continua a registrare un forte apprezzamento internazionale (al punto da attutire le conseguenze dei dazi USA) non sarà sufficiente ad evitare il rischio di veder vanificare gli sforzi dei nostri agricoltori per rimanere sul mercato garantendo la qualità dei loro prodotti.
Occorrerebbe anche lanciare una politica volta ad informare ed educare i consumatori al riconoscimento del prezzo giusto da riconoscere al produttore agricolo che deve essere chiaramente indicato in fase di acquisto, per rendere questo consapevole. È una questione culturale prima che di marketing: l’osannato “made in Italy” che vogliamo tutti far vincere sui mercati non può continuare a essere valorizzato a vantaggio di tutti ma non di chi coltiva o alleva i prodotti che sono alla base delle filiere.
In questo quadro si inserisce anche la concorrenza sleale delle importazioni di prodotti a prezzi anche inferiori ai nostri costi di produzione su cui non è imposto e garantito il rispetto degli standard qualitativi, igienico-sanitari e sociali vigenti in Europa (un buon segnale in questo senso è lo stop alle carni bovine, pollame, miele e prodotti dell’acquacoltura provenienti dal Brasile), uno scenario in cui Agci e tutte le Organizzazioni agricole hanno da sempre invocato, e continuano ad invocare, la reciprocità di regole e condizioni nei processi produttivi.
Una situazione, questa, ulteriormente aggravata dalle conseguenze dei cambiamenti climatici con sempre più frequenti eventi estremi, da fronteggiare con investimenti necessari alla innovazione e all’adeguamento alle nuove condizioni, oltre che con una gestione sempre più attenta delle risorse idriche.
Un complesso di problemi macroscopici in cui gli interventi messi in campo dal nostro governo per fare fronte alle tante emergenze sono spesso misure tampone (pur sempre benvenute) che non hanno un carattere strutturale tale da rendere le condizioni stabili e quindi programmabili investimenti ed attività delle aziende in termini affidabili, rimanendo spesso critica la loro situazione finanziaria e complicato (ed oneroso) il ricorso al credito.
Senza l’attuazione di queste condizioni sarà ben difficile intervenire in termini efficaci per risolvere la piaga, ormai una vera e propria emergenza, del ricambio generazionale che rende sempre più difficile effettuare le campagne stagionali di raccolta o completare gli equipaggi dei pescherecci, che sono quindi obbligati a rimanere in porto. Difficile immaginare che le misure previste nella già richiamata legge sulle PMI possa cambiare la situazione con incentivi al part time per lavoratori prossimi alla pensione condizionati dalla assunzione di giovani under 35.
E’ uno scenario che rende assolutamente sorprendente sia la impreparazione che l’immobilismo della UE sul fronte dei cambiamenti climatici (salvo sorprese nel prossimo Agrifish che ne dovrebbe discutere) e sconcertanti le proposte della Commissione sui tagli al bilancio della PAC con l’inserimento dei relativi fondi, insieme a quelli di altri settori, in Piani di Partenariato nazionali e regionali con competenze estese a difesa e sicurezza, che saranno oggetto dei negoziati nei prossimi mesi.
Questo cosiddetto fondo unico è destinato ad indebolire, inevitabilmente, l’intero settore primario di tutti gli Stati membri a cui è affidato il compito di decidere in autonomia la ripartizione e gestione delle risorse. E’ chiaro che le decisioni dei diversi Stati membri potranno essere anche molto diverse tra loro, rendendo assolutamente eterogenea la politica agricola sul territorio dell’Unione, come è facile prevedere le difficoltà, gli attriti e le competizioni tra settori, ministeri e regioni, ed un risultato che più che alle esigenze dell’agricoltura e della pesca obbedirà ad interessi e compromessi politici.
Una direzione sbagliata e antitetica (forse solo parzialmente migliorabile con il fondo europeo per la competitività) a quella che, alla luce della complessa situazione geopolitica e alle relative tensioni, dovrebbe vedere la produzione alimentare europea collocata tra gli obiettivi strategici primari da perseguire.
Non possiamo che auspicare un complessivo ripensamento su queste politiche ed un forte ruolo dell’Italia in questo senso nelle Istituzioni europee
VICE PRESIDENTE AGCI
Giampaolo Buonfiglio
