Dazi Usa: il rischio non è solo economico, è sociale

Effetti a catena su settori chiave; il vero conto lo pagano imprese e cittadini
Il giorno successivo all’annuncio dell’accordo commerciale tra Stati Uniti e Unione Europea, emergono le prime stime sull’effetto economico per l’Italia. L’introduzione di una tariffa del 15% sui beni europei, che include anche farmaci e semiconduttori, rischia di provocare una contrazione del PIL italiano pari a 6,3 miliardi di euro, ovvero lo 0,3%.
Le esportazioni verso gli USA potrebbero diminuire di oltre 8,6 miliardi, con una flessione stimata del 14%. Il settore più colpito sarà quello occupazionale, con migliaia di posti di lavoro a rischio.
“Il prezzo dei dazi non si misura solo in miliardi, ma in vite professionali spezzate e territori indeboliti. Il nostro sistema agroalimentare in particolare - spiega il presidente di AGCI Agroalimentare (Associazione Generale Cooperative Italiane), Antonello Capua - già sotto pressione, rischia di subire un colpo durissimo. La perdita di posti di lavoro non è una proiezione teorica: è una realtà che colpirà le filiere più esposte, dal vino all’olio, dai formaggi alla pasta. Senza un piano di sostegno immediato, il rischio è quello di una crescita in affanno e di un Made in Italy sempre più marginalizzato sui mercati internazionali.”
Dal 1° agosto, la nuova tariffa americana sostituirà i dazi precedenti, applicandosi in modo uniforme alla maggior parte dei prodotti europei. La Commissione europea ha chiarito che il 15% rappresenta un tetto massimo, che ingloba le tariffe già esistenti e non si somma ad altri dazi. Questo approccio differisce dal “dazio reciproco” del 10%, introdotto ad aprile, che si aggiungeva alle misure preesistenti.
Particolare attenzione è rivolta ai farmaci, inizialmente esclusi ma ora inclusi nel nuovo regime. Nonostante le indagini statunitensi in corso sulla base della Section 232, eventuali nuove tariffe non potranno superare il limite del 15%. Tuttavia, l’ordine esecutivo firmato dal Presidente Trump non menziona la sospensione temporanea dei dazi, come invece indicato dalla Commissione.
Bruxelles ha inoltre evidenziato che i farmaci generici rientrano tra i beni strategici, beneficiando di dazi ridotti. Alcuni settori, come l’aerospaziale, la chimica e le risorse naturali, vedranno un ritorno alle tariffe precedenti a gennaio 2025.
Sul fronte europeo, l’accordo prevede l’apertura del mercato a prodotti americani esentati da dazi, per un valore annuo stimato di 5 miliardi di euro. Sono previste anche misure per ridurre le barriere non tariffarie e promuovere investimenti transatlantici.
Infine, la Commissione ha precisato che l’intesa raggiunta non ha valore giuridico vincolante. Qualsiasi modifica alla politica doganale dovrà essere formalizzata dal Consiglio UE. I negoziati proseguiranno nei prossimi mesi per definire i dettagli operativi dell’accordo.
“I dazi imposti colpiscono trasversalmente tutti gli ambiti produttivi italiani - avverte Capua - dall’agroalimentare, alla moda all’automotive, dalla meccanica di precisione all’arredamento. In un mercato sempre più competitivo, una penalizzazione doganale può significare la perdita di commesse, clienti e posti di lavoro. La filiera del Made in Italy, che si regge sulla qualità, sull’artigianalità e sull’export, potrebbe subire un indebolimento sistemico, con effetti devastanti sulla tenuta sociale delle aree produttive. Nonostante il grande lavoro diplomatico governativo, l’assenza di strumenti compensativi e politiche industriali mirate, il rischio è che l’Italia non riesca a difendere la propria leadership internazionale in settori chiave. In gioco non c’è solo l’economia: c’è il valore stesso della produzione italiana.”
Ben lontani da un quadro chiaro e definitivo, l’introduzione dei dazi USA al 15% rischia di penalizzare gravemente e di gettare nell’incertezza due eccellenze agroalimentari del Made in Italy in particolare: il vino e il prosciutto. Per il vino, il danno potrebbe superare i 317 milioni in un anno, mettendo fuori mercato le etichette più popolari (una bottiglia da 5€ potrebbe arrivare a costare 15$ al dettaglio negli USA). Il prosciutto crudo italiano invece, ad esclusione del San Daniele (già soggetto al 10%), se venisse confermata l’applicazione generalizzata del 15%, beneficerebbe di una riduzione della tariffa doganale applicata di circa 1,5% (perché attualmente è del 16,5%). Una situazione fluttuante e di incertezza che impedisce alle imprese di fare una pianificazione per la produzione e gli investimenti.

